lunedì 13 giugno 2016

Il Risorgimento Italiano

I moti rivoluzionari
   Lo spirito autoritario e repressivo imposto in Europa da Russia, Prussia e Austria con la Santa Alleanza al Congresso di Vienna, non spense la sete di libertà e indipendenza che si stava diffondendo tra i popoli. All'oscuro dal controllo dei sovrani si diffusero società segrete che operavano per cercare di affermare i diritti del popolo a scapito dei poteri forti. In Italia la Carboneria era la società più intraprendente, ma le varie sezioni erano poco coordinate tra loro e slegate dalle società segrete degli stati stranieri.
   Quando anche i militari iniziarono a sposare tali idee, scoppiarono i primi moti carbonari in Spagna contro Ferdinando VII e nel Napoletano contro Ferdinando I di Borbone. Altri moti scoppiarono nel 1821 in Piemonte e in Veneto, ma intervennero gli austriaci per ripristinare l'ordine tanto che Silvio Pellico, Pietro Maronecelli e Federico Confalonieri finirono in prigione. Nel 1831 a Modena fu la volta di Ciro Menotti. L'Austria non amministrava male i territori italiani, garantiva a tutti lavoro e istruzione, ma non consentiva libertà di pensiero e di parola.
   Il fallimento dei primi moti carbonari insegnò che era necessaria una migliore organizzazione e una più ampia unità di coscienze. Il pensiero e le idee di Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Carlo Cattaneo contribuirono a formare questa unità di coscienze e a preparare le condizioni per l'Italia unita.
   Negli anni '40 l'elezione del nuovo Re di Sardegna Carlo Alberto e del nuovo Pontefice Pio IX portarono una visione più consona agli ideali delle popolazioni e in tutti gli stati italiani si iniziò a concedere riforme nonostante l'ostilità dell'Austria. Nel Lombardo-Veneto, sull'onda delle rivoluzioni di Parigi e Berlino, Venezia riuscì a cacciare gli austriaci e proclamò la Repubblica di San Marco con a capo del governo Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, Milano dopo le lunghe cinque giornate di lotta riuscì a cacciare gli austriaci del maresciallo Radetzky, che si rifugiarono nel quadrilatero delle città fortificate di Mantova, Peschiera, Legnago e Verona. Ormai i tempi per l'allontanamento degli austriaci dall'Italia erano maturi.



Prima guerra d'indipendenza 

   Nel 1848 sulle pagine del quotidiano 'Risorgimento' Camillo Benso conte di Cavour indusse Carlo Alberto Re di Sardegna a dichiarare guerra all'Austria arroccata nel quadrilatero. Con l'appoggio degli altri stati italiani gli austriaci furono sconfitti lungo il Mincio a Valeggio, Mozambano e Goito, a Curtatone, a Montanara e a Peschiera, e firmarono l'armistizio dopo la vittoria di Custoza. La resistenza italiana continuò a Brescia e a Venezia; a Roma il popolo insorse, il pontefice si rifugiò a Gaeta e i romani proclamarono la Repubblica Romana sulle idee di Guseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Carlo Alberto ruppe l'armistizio e riattaccò l'Austria, ma l'esercito piemontese a causa della propria disorganizzazione fu sconfitto e perse molte posizioni; dopo la sconfitta di Novara Carlo Alberto abdicò a Vittorio Emanuele II.

Seconda guerra d'indipendenza  
   Nel 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte alleato con la Francia, venne sconfitta a Montebello, a Palestro, a Magenta, a Solferino e a San Martino, ma Napoleone III firmò un armistizio a Villafranca senza informare i piemontesi (la Francia non voleva un’Italia troppo forte, aveva perso molti soldati e temeva che la Prussia si schierasse con l’Austria). L’Austria cedette la Lombardia all’Italia, mantenne il Veneto, la Francia rinunciò a Nizza e Savoia, ma le regioni del centro Italia dovevano far tornare i sovrani. Cavour allora si accordò con Napoleone III di cedergli Nizza e Savoia in cambio di plebisciti per cacciare i sovrani dalle regioni del centro Italia. Tali regioni allora decisero per l'annessione al Piemonte; ora rimanevano fuori le Venezie, lo stato Pontificio con le Marche e l'Umbria, e il Sud Italia.

Spedizione dei mille
   Il Regno delle Due Sicilie era retto da Francesco II dei Borboni, ma la Sicilia voleva ribellarsi guidata da Rosolino Pilo. Francesco Crispi esule siciliano convinse Garibaldi ad intervenire. I Mille erano volontari armati di entusismo, tra i quali Nino Bixio, Ippolito Nievo e Cesare Abba, partirono da Quarto senza impedimenti di Cavour e Vittorio Emanuele; fecero sosta a Talamone e sbarcarono a Marsala, vinsero i Borboni a Calatafimi, a Palermo e a Milazzo liberando la Sicilia; poi si presero Napoli mentre Francesco II era fuggito a Gaeta e sconfissero i Borboni lungo il fiume Volturno, liberando tutta l’Italia meridionale. Cavour e Vittorio Emanuele II nel timore che Garibaldi proclamasse una Repubblica nell'Italia meridionale ottennero il permesso da Napoleone III di scendere verso Napoli; così l'esercito regio invase Umbria e Marche, sconfisse le truppe pontificie a Calatafimi e a Teano ricevette da Garibladi le terre liberate. Rimanevano ancora fuori le Venezie e il Lazio. 
   
L'Unità d'Italia - 1861
   L'Umbria, le Marche e le Due Sicilie accettarono per plebicito l'annessione al Piemonte, così che Vittorio Emanuele II sciolse il Parlamento Piemontese, indì nuove elezioni e, dopo 13 secoli di divisioni dell'unità politica e territoriale avviate con l'invasione dei Longobardi, nel 1861 fu istituito a Torino il primo Parlamento Italiano e Vittorio Emanuele II fu dichiarato re d’Italia.
Questi erano i problemi che l'Italia unita doveva affrontare:
- Questione politca: serviva unità tra le varie ideologie, superando i campanilismi e la frammentarietà di una popolazione abituata a essere sottomessa e a farsi governare; il Parlamento era diviso in due gruppi, la destra costituita dal partito liberale-moderato e dalla Società nazionale proponeva un progresso ordinato che non gravasse troppo dal punto di vista economico-finanziario, la sinistra costituita dai repubblicani e dal partito d'azione di Garibaldi proponevano un immediato miglioramento delle condizioni di vita e la giustizia sciale.
Cavour morì improvvisamente e la sua politica diplomatica fu proseguita da Bettino Ricasoli, Quintino Sella e Marco Minghetti;
- Problemi sociali: era necessario sconfiggere la miseria e l'ignoranza della popolazione che lasciavano spazio al brigantaggio; l'Italia dopo tanti anni di occupazione era sottosviluppata, serviva organizzazione del lavoro, infrastrutture di collegamento, servizi, scuole, ospedali;
- Completamento dell'unità territoriale: dovevano ancora essere annessi il Lazio e le Venezie, Roma era ancora nelle mani del pontefice, tanto che Garibaldi tentò un attacco istituendo Urbano Rattazzi capo del governo, ma Napoleone alleato del Papa invò truppe in Calabria contro i garibaldini che furono battuti in Aspromonte.
- Politica estera: la Francia non voleva andare contro lo stato pontificio, l'Inghilterra temeva una crescita troppo forte dell'Italia, la Prussia invece condivideva con l'Italia il nemico comune dell'Austria, che influenzava la Germania meridionale e occupava le Venezie.

Terza guerra d'indipendenza  

   Nel 1866 la Germania propose all'Italia un'alleanza offensiva contro l'Austria per ottenere il Veneto. Otto von
Bismark voleva un potente impero germanico e in 6 anni combattè contro Danimarca, Austria e Francia. Nel 1866 la Germania dichiarò guerra all’Austria e l’Italia si adeguò. L’Italia fu sconfitta ancora a Custoza e nella battaglia navale di Lissa, ma Garibaldi vinse in Trentino a Bezzecca; la Prussia vinse a Sadowa costringendo l'Austria a un armistizio, così che con la Pace di Vienna il Venetò passò all’Italia e fu annesso con plebiscito; rimanevano ancora all’Austria Trento (Venezia Tridentina) e Trieste (Venezia Giulia).


Questione romana e Regno d'Italia
   L'Annessione di Roma era sempre più una questione tra il Re e il Papa che divideva gli italiani. Garibaldi tentò un altro assalto con le camicie rosse per conquistare Roma, ma dopo la vittoria a Monterotondo fu fermato dalle truppe di Napoleone III a Mentana. Francia e Italia ruppero i rapporti, tanto che la Napoleone III perse la battaglia contro i Prussiani e decadde; a questo punto il governo italiano decise di attaccare Roma attraverso la breccia di Porta Pia nel 1870 e si arrivò all'annessione con plebiscito del Lazio al Regno d'Italia. Nel 1871 i rapporti tra Stato e Chiesa furono regolati con la Legge delle Guarentigie e Roma fu proclamata Capitale d'Italia.
   Il Regno d'Italia, governato dal partito moderato-liberale di destra che aveva condotto l'Italia all'unità, istituì 59 provincie suddivise in comuni e goernate da un prefetto, impose la leva militare obbligatoria, organizzò un sistema burocratico, realizzò servizi e infrastrutture, ma col ministro Quintino Sella instaurò un regime di tassazione e risparmi per il pareggio di bilancio. Tali restrizioni però logorarono il popolo italiano tanto da condurre la sinistra al governo con Francesco Crispi, Benedetto Cairoli, Agostino Depretis, Giovanni Nicotera e Giuseppe Zanardelli.
   Nel frattempo tra il 1872 e il 1882 morirono i principali protagonisti del Risorgimento: Mazzini, Vittorio Emanuele II, Pio IX e Garibaldi.